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startup, web, acquisizioni e venture capital

Con le startup il successo non arriva in due giorni


Startup. La moda del momento. 

Tutti, anche mia zia novantenne, parlano di startup. I telegiornali e la stampa ne scrivono spesso a vanvera accostando gli imprenditori nostrani a Zuckerberg, Larry Page o ancor peggio a Steve Jobs. 

Leggiamo tutti i giorni storie di giovani che hanno avuto successo dalla sera alla mattina. Ragazzi che in qualche mese hanno costruito una fortuna come è successo la settimana scorsa a OMGPOP: dopo un solo mese dal lancio dell’ultimo gioco realizzato si è ritrovata con 35 milioni di giocatori e con una valigia che conteneva 210 milioni di dollari gentilmente offerta da Zynga. 

In Italia tutti vogliono mostrare i loro enfant prodige e così i politici e ministri tirano fuori i loro fiori all’occhiello, e chi non aggiunge al proprio vocabolario i termini “exit”, “startup” e “trazione” è assolutamente out. Per me è un déja vu. Sembra di rivivere l’hype del fashion business che a fine degli anni ‘90 aveva pervaso Milano quando eravamo - anzi erano - diventati tutti modaioli che partecipavano a feste incredibili e party esclusivi carichi di belle illusioni e nient’altro. 

Vent’anni dopo l’Italia intera parla di startup, nascono più incubatori che fiori in primavera, molti hanno un’idea per un business online mentre pochi si rendono conto di quanta e quale fatica sia necessaria per portare al successo un’impresa. 

Mi sembra quindi doveroso, viste le premesse, aggiungere al vocabolario del wannabe startupper una manciata di termini che definiscono meglio di altri la reale situazione di chi si cimenta nel fare impresa nel digitale: costanza, calma, tenacia, pazienza. Sono termini che si ritrovano in quasi tutte le storie di successo delle startup, anche se i mass media spesso ce le raccontano superficialmente e come se fossero delle favole per bambini. 

Un esempio di tenacia è OMGPOP, già citata qui sopra. Fondata nel 2006, la startup aveva provato a fare il botto per 31 volte in 6 anni ma senza successo. Poi, al 30esimo tentativo e con solo qualche mese di vita davanti ha finalmente sfondato. 

Nello stesso settore anche Rovio ha tenuto duro a lungo prima di affermarsi: ormai nota a tutti per aver scalato le classifiche degli AppStore con AngryBirds e aver creato un business dalle dimensioni impressionanti, la società è rimasta attiva per ben otto anni nonostante i successi fossero decisamente scarsi tanto da rischiare la chiusura durante la realizzazione di oltre 50 giochi.   

Anche Twitter, sulla bocca di tutti negli ultimi anni, ha una storia che ha radici ben più profonde di ciò che si crede. Evan Williams e gli altri fondatori lavoravano da tempo alla costruzione di Odeo, una startup concentrata sul podcasting e che non riusciva ad avere trazione.  Poi, durante un hackaday, quasi per caso è nato Twitter. Seppur nei primi anni avesse avuto grandi difficoltà ad affermare il modello legato ai famosi 140 caratteri, poi è diventato un fenomeno. 

Prima ancora di Twitter Williams creò Blogger e anch’esso fu un parto avvenuto dopo anni di fatica con un software per la gestione dei progetti che non riusciva a decollare. 

E cosa possiamo dire di Facebook, il gigante da 100 miliardi di dollari frutto degli sforzi di Zuckerberg & Co.? L’icona degli startupper (e dei media), era al lavoro da almeno sei anni su progetti dai risultati diversi: a circa 16 anni aveva provato a sfondare con il software musicale Synapse, e non essendoci riuscito si era poi concentrato sullo sviluppo di un clone di “Hot or Not”. Ma il vero successo come tutti sappiamo arrivò solo con Facebook. 

Anche Bebo, la società venduta a inizio 2009 per 850 milioni di dollari a AOL, ha una storia simile. Michael Birch, il suo fondatore, aveva tentato almeno altre dieci iniziative prima di trovare la fortuna con il social network inglese. Lo stesso vale per LivingSocial: partita nel 2007 realizzando widget e app per Facebook e MySpace, nel 2008-2009 sì convertì in un sito che permetteva la condivisione di commenti su giochi/libri/musica, poi realizzò un’app per Facebook chiamata “pickfive” e in ultimo nel 2010 si lanciò nel business delle vendite a coupon che nell’ultimo anno l’ha fatta sfondare.   

E per Paypal fu un successo lampo? Anche in questo caso la risposta è no, visto che prima di fondare il colosso dei pagamenti online, Max Levchin aveva provato a lanciare dal 1994 al 1998 ben altre 4 startup; Paypal nella sua prima incarnazione era un sistema di one-time password per palmari Palm, poi un meccanismo per l’archiviazione di dati sicura su cellulari, poi un portafoglio elettronico e infine divenne Paypal come lo conosciamo oggi. 

Potrei continuare ad annoiarvi con Foursquare (Cowley pensava e lavorara su applicazioni simili da ben 5 anni), Groupon (nato come sito di petizioni online con scarso successo), GitHub (partito come progetto laterale e in modo casuale), Pandora  (servizio lanciato nel 1999 e che ha avuto bisogno di una decina di anni per farsi conoscere), così come tanti altri. 

Se spesso la tenacia si misura in tempi lunghi non è da sottovalutare l’increbilie caso di Jason e Bradford, i due amici fondatori di Fab.com che in soli dieci mesi sono stati capace di tentare e abbandonare ben quattro diversi prodotti prima di trovare il successo. Nell’ordine hanno lanciato un Facebook gay, poi un clone di Yelp sempre orientato a un pubblico omosessuale, un Foursquare gay e infine anche un Groupon gay. Dopo quattro fallimenti hanno provato un’altra strada e il successo è arrivato con il sito di vendite lampo dedicato agli oggetti di design, questa volta rivolto a un pubblico più ampio. 

Costanza, calma, tenacia e tanta pazienza.

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