Startup. La moda del momento.
Tutti, anche mia zia novantenne, parlano di startup. I telegiornali e la stampa ne scrivono spesso a vanvera accostando gli imprenditori nostrani a Zuckerberg, Larry Page o ancor peggio a Steve Jobs.
Leggiamo tutti i giorni storie di giovani che hanno avuto successo dalla sera alla mattina. Ragazzi che in qualche mese hanno costruito una fortuna come
è successo la settimana scorsa a OMGPOP: dopo un solo mese dal lancio dell’ultimo gioco realizzato si è ritrovata con 35 milioni di giocatori e con una valigia che conteneva 210 milioni di dollari gentilmente offerta da Zynga.
In Italia tutti vogliono mostrare i loro enfant prodige e così i politici e ministri tirano fuori i loro fiori all’occhiello, e chi non aggiunge al proprio vocabolario i termini “exit”, “startup” e “trazione” è assolutamente out. Per me è un déja vu. Sembra di rivivere l’hype del fashion business che a fine degli anni ‘90 aveva pervaso Milano quando eravamo - anzi erano - diventati tutti modaioli che partecipavano a feste incredibili e party esclusivi carichi di belle illusioni e nient’altro.
Vent’anni dopo l’Italia intera parla di startup, nascono più
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